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Critica

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Alessandro
Parronchi

Caciotti un uomo tormentato, timido, ha dato è dà vita a una produzione che abbraccia ormai un quarantennio, frequente, impulsiva, vasta nei propositi e nelle dimensioni. Questa produzione in contrasto con la timidezza dell’uomo, ci assale di sorpresa. Non sappiamo cosa abbia detto a Caciotti il suo Van Gogh e che cosa Caciotti abbia creduto d’indurre dal suo linguaggio, certo egli opera, in ritardo, da quell’esempio, in una linea parallela a quella degli Espressionisti, ma non ignora quanto da noi è avvenuto con Rosai e Viani, nel senso di un’assimilazione in territorio toscano di quel messaggio e di quel verbo.
A parte questa ispirazione al grande che esplode nella sua pittura, il mondo figurativo di Caciotti non vuole staccarsi da un ambito paesano e familiare, solo che egli tenta di enuclearle l’anima convulsa e dilacerata spezzandone le linee di contorno e affocandone i colori. E il suo modo di esprimere l’essenza tragica del nostro tempo. Violenza dunque, d’ispirazione e d’immagine, temperata nelle ultime fasi del suo lavoro da un ricorso a frammentazioni neofuturiste.
Caciotti, che ha capito Mannini e la delicatezza della sua ispirazione al territorio natale, quando opera si trasferisce in un altra orbita, si abbandona e segue con veemenza forme e colori inusitati. Ma quanta umanità si affaccia, convinta e emozionante, dai volti dei suoi mendicanti, e quale dolore lancinante emana dal suo ultimo Autoritratto!

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Mauro
Pratesi

Mario Caciotti è un pittore che senza meno sarebbe piaciuto a Gianni Testori, credo, per la sua stessa natura umana di artista, avvicinabile in quel solco supremo e, in un certo senso inarrivabile, che ha visto uniti, nel giudizio del critico, Giacometti, Bacon Varlin. Con quest’ultimo Testori intrattenne, fin dai primi anni Sessanta, un fedele rapporto, oltre che critico, di profonda amicizia, ritrovando nell’artista ticinese quel senso profondo della materia che, del resto, non aveva mai abbandonato. La foga con cui Varlin gettava i colori sulla tela di canapa per creare all’istante capolavori o irrimediabilmente opere sbagliate, senza appello, avevano fatto dire a Testori che l’artista con i suoi quadri aveva afferrato verità «sublimi ed atroci». La pittura di Varlin era frutto di mescolanze ed essenze dei resti di tutti e di nessun colore: «gli olii, il ripoline, il ducotone, la tempera, l’acqua, la polvere» e infine, per la gioia del critico «il vomito e l’orina». Nessuno era riuscito quanto Varlin ad esprimere, sempre secondo Testori, il «cuore, il sangue, l’ossa, le palpebre, le artriti e i calli della vita», anche da un punto di vista sociale, certamente, nessuno come lui era stato dalla parte di chi non aveva nessun potere, dalla parte del «barbone assoluto».Non so se la grande lezione di Varlin, nella fondamentale lettura critica testoriana, sia stata assimilata da Mario, tuttavia, credo che un comune spirito li possa accomunate tanto che il riferimento al maestro ticinese mi pare più fondante di quello comunemente, più volte avanzato e sostenuto dalla critica, indubbiamente con la partecipazione da parte dello stesso Mario, al nome di Van Gogh. Più volte Caciotti ha affermato che la sua pittura nasce «in velocità», tanto che dopo un’ora diventa un’eternità, perchè dopo «si comincia a correggere»; quindi Mario come Varlin o azzecca subito nei primi colpi di pennello e di spatola il quadro o lo perde definitivamente. Mario, come un grande interprete jazz che suona senza spartito, ma improvvisa sulla nota sull’onda del suo umore, fa vibrare emotivamente dal suo sangue il trionfo spettacolare dei cadmi, dei rossi, dei blu oltremare e, al pari del mitico clochard Wolz di Varlin, prendono forza ritratti di personaggi emarginati e negletti dalla vita comune, se, questi, sono Visti sull’onda del successo esteriore di chi ha raggiunto un benessere effimero quanto transeunte e gratificante dell’edonismo immediato del successo. Mario riserva un amore e un’accoglienza a questi personaggi che restano una testimonianza, anche sociale, una traccia di vita del luogo, altrimenti difficile da rintracciare, nell’azzeramento dei valori, ormai dilaganti, in provincia come in città, di chi vede la realtà sociale dall’alto di un roboante SUV o di una fiammante fuoriserie. I ritratti di Mario sono uomini di una candida umanità, sfortunati o solo emarginati, come Giuliano il giullare, conosciuto per le sue spontanee imitazioni del cantante Gianni Morandi, o il severo, ma buono, carbonaio soprannominato appunto, Fumicone, il ciabattino Lilli, lo sfortunato Robertino, il contadino Nunzio, o il matterello e corrucciato Angelucci: nomi e personaggi che prendono forza e Vita nelle pitture di Caciotti con impeto, formando un’amorevole e appassionata corte dei miracoli che sembra uscita dalle pagine di un romanzo a sfondo popolare di Vasco Pratolini. Così Mario è il cantore di questa zona tra la piana di Sesto e Calenzano che vede uniti i valori di uno sviluppo ricco e opulento dei capannoni industriali, dei giganteschi pilotis, delle villette simil lussuose di disegno modernista coabitanti a case vecchie o antichi casolari. Di questa Piana, ormai quasi mitica, fatta di visioni poetiche in piena luce, ma anche di torbido sottosuolo, Marione è sempre stato innamorato e appagato e, come uno dei suoi cari animali dipinti, gironzola felice per questi luoghi a lui familiari, anche nelle ombre e nei fantasmi e riluttante ad allontanarsene, proprio come un animale mansueto, ama riaccucciarsi nella sua tana di Via Pratese. L’ odierna mostra riunisce quasi sessant’anni di pittura, dalle prime prove sul finire degli anni trenta, fino ai lavori più recenti: circa un centinaio di opere che svelano un assoluto amore per il colore, inteso come forma e spazio, dove la realtà esiste perché è il colore stesso che la trasfigura e gli da forza; più volte la critica ha 9 avanzato riferimenti, molto giusti, alla pittura fauve, al gruppo della brücke, così come all’umanità allucinata di Ensor o al dolore spettrale di Munch e alla malinconia di Soutine, ma anche alla pittura rude di Rosai e Viani. A questi modelli,Mario alterna rapaci Visioni dalla televisione e, come avido spettatore carpisce immagini da quei films pulp trasmessi a notte fonda, che solo i cinefili di provata fede sanno vedere e individuare quelle qualità che a noi sfuggono; così, Mariosi ritrova a passare molte ore della notte con il taccuino alla mano per disegnare e cogliere preziosi spunti da La figlia di Raja o da Rapita in cui il protagonista, un killer buono, gli ricorda il suo Giuliano, l’ingenuo giullare di Sesto. Tra i tanti nomi che la storia ci ha tramandato, molti appartengono inconfutabilmente al luogo, basti pensare ai vari Mino da Fiesole, Desiderio da Settignano, Benedetto da Maiano. Perciò non è una éoumde affermare Mario da Calenzano e non appaia, quindi, come riduttivo rispetto ad una non meglio definita universalità, poiché lo spirito dell’artista si identifica umilmente e profondamente con il luogo della sua ricerca che, nel caso di Mario, ha avuto un vigore formidabile negli ultimi vent’anni, a dimostrazione che la maturità avanzata e la vecchiaia possono dare frutti di una forza assoluta, da temperamento giovanile. Valga, a tale proposito, la lezione del grande Hokusai, morto a novant’anni, nel 1849, il quale, al momento della sua morte, pare abbia esclamato: «se il cielo avesse potuto concedermi dieci anni di più, o anche solo Cinque, sarei diventato un vero pittore!». Non credo che Mario abbia mai avuto l’opportunità di interessarsi a Hokusai, malgrado certi felici rimandi potrebbero farlo supporre, ma lo spirito e la forza della sua pittura degli ultimi decenni dimostrano la conquista di un’espressività fiorita proprio alle soglie della vecchiaia, frutto dell’indomito e costante lavoro di ricerca di chi non si è abbandonato, nonostante l’età, alle conquiste precedenti. All’opposto, Caciotti ha creduto nell’ispirazione poetica come fonte vitale del lavoro, superando le strettoie delle categorie e delle generazioni anagrafiche e, tante volte, con le suggestioni della sua pittura dai colori sconvolgenti, frutto del vigore violento, della sua immaginazione, ci rimanda per analogia, alle ricerche pittori che delle generazioni a lui più giovani.
Per eccesso, la presenza di Mario non avrebbe stonato, infatti, all’epocale mostra A New Spirit in Panting del 1981, nella prestigiosa sede londinese della Royal Academy of Arts accanto a Rainer Fetting, Dieter Hacker, Karl Heinz-Hòdicke, Markus Lupertz, Sigmar Polke, ossia i cosiddetti “Nuovi selvaggi” tedeschi, che insieme agli italiani Clemente, Chia, Paladino, ed altri ancora, furono i protagonisti di una stagione fertile che aveva rimosso un concetto obsoleto e logoro di arte, per rivendicare un ritorno alla pittura, battezzato in onore del recupero esaltante della materia e del colore. Perché no: Mario, che alla pittura ha sempre creduto e, attraverso il suo linguaggio, ha teso a rappresentare situazioni di disagio esistenziale e sociale.

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Tommaso
Paloscia

Una corrida, una lotta di galli: il tumultuoso) apporto dei colori forti, vivacissimi. sono i simboli di una violenza che il segno espressionistico sottolinea nella rappresentazione di eventi nei quali la sopraffazione e la più evidente istigatrice del fatto spettacolare. Caciotti non ha mai assistito allo spettacolo dell‘arena, non ha avuto la diretta informazione della selvaggia zuffa dei galli esasperata nel «gioco» primitivo e crudele, e tuttavia ne avverte i ritmi che l’aggressività dei protagonisti trasmette alla sua fantasia attraverso letture-attente e appassionate; o per vorticose sequenze di immagini carpite ai mass-media ed elaborate tra l‘inconscio e la consapevolezza. Ne sorregge la visione quella sua metodica rappresentazione dal vero dei paesaggi che incorniciano – con i boschi folti e i campi apertissimi al sole e all’intemperie – la zona di Sesto Fiorentino dov’egli vive lavorando a ritmi serrati. In un delirio di colori. E quella sua inappagata ambizione di ergersi a protagonista e giudice insieme di un mondo da modificare utilizzando le sue attese energie – oggi scatenate e ribelli a un coordinamento che le sottragga dei gesti e alle sue complicanze – quella ambizione dicevo, talvolta ripiega su mm itinerario antico e trova sfogo nell’autoritratto, frequentissimo nella sua pittura. Ed è come un sapiente stimolo a rimeditare i tumulti dell’anima; anche se l’immagine vi si arrovella e di volta in volta riapre le cateratte che riconcedono libero sfogo agli urli della coscienza, ai furori del sentimento. In questa mostra Caciotti espone una sintesi dei tanti quadri dipinti negli ultimi due anni; ed è stata sintesi difficile fra tantissime espressioni in cui gli stati d’animo si sono avvicendati a suggerire interpretazioni spesso aggressive della natura e tuttavia sorrette da una candida poesia istintiva che i colori violenti non distruggono; che anzi traspare tra un rosso vivo e un cobalto magari affardellati sul segno sempre vigile a suggerire le strutture. Sono immagini che affollano per l‘eterno le pareti e i tavoli; che si ribellano alle classificazioni per genere, impegnate a rimuovere qualsiasi tentativo della mente che intenda moderare il linguaggio dal quale traggono le loro ragioni di vita.

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